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Piante grasse in tavola
Inviato da Silviab il 06-06-2017 09:37
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Le conosciamo per la loro bellezza scultorea e la loro leggendaria resistenza al caldo e alla siccità: è sorprendente scoprire che alcune piante grasse sono anche ottime da mangiare!

In effetti, la polpa e i frutti di alcune specie cactacee e succulente sono stati per secoli e secoli una risorsa fondamentale per le popolazioni che vivevano ai margini delle zone desertiche e che potevano quindi trovare, in queste piante caratterizzate da un’impressionante robustezza in condizioni estreme di temperature e di carenza idrica, a volte per mesi e mesi, una fonte di cibo nutriente e di sapore gradevole.

Negli ultimi anni anche la FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa a livello globale delle tematiche relative all’agricoltura e alimentazione, ha attivato importanti programmi di ricerca scientifica a livello internazionale per individuare e promuovere la produzione agricola su larga scala di piante grasse e succulente in grado di fornire un cibo di buona qualità a costi davvero minimi, e con un estremo adattamento a condizioni climatiche difficili: una buona soluzione ecosostenibile per fornire nutrimento di alta qualità (e di ottimo sapore) a popolazioni che non possono dipendere solo dagli aiuti delle Onlus che operano in zona. L’interesse alimentare si unisce infatti, in questo caso, al tema della sostenibilità: queste produzioni agricole richiedono pochissima acqua.

IL FICO D’INDIA, GIOIELLO DEL NOSTRO SUD

Nel frutteto o in giardino, come esemplare singolo o in siepe, il fico d’India è una succulenta che si rivela pianta versatile e sottoutilizzata. Si adatta a condizioni difficili e offre frutti colorati e polposi; Opuntia ficus-indica, originario del Messico e zone limitrofe, si è diffuso in Sud Africa e nel Mediterraneo.

Come per altre specie, si è ritenuto che arrivasse dall’Asia, da cui il nome botanico, che significa “dell’India”. In effetti, i primi a utilizzare l’Opuntia ficus-indica furono gli Aztechi, ed è probabile che la pianta sia giunta in Europa intorno al 1560. Si racconta che il fico d’India, definito nel passato “pane delle regioni povere”, sia stato introdotto solennemente alla corte di Vittorio Emanuele III dal Marchese delle Torrazze, catanese; proprio in Sicilia esso è ancora oggi oggetto di coltura specializzata, soprattutto nella piana di San Cono, nel versante nord-occidentale dell’Etna, e nell’area di Santa Margherita Belice (AG).

La coltivazione richiede un terreno molto drenante e roccioso; se lo coltivate in vaso (meglio se di grandi dimensioni) la terra deve essere ben concimata e mista a sabbia grossolana; l’esposizione deve essere in pieno sole; le annaffiature, regolari in estate, vanno completamente sospese in inverno. In inverno le piante possono resistere all’aperto a temperature non inferiori ai 7 °C. La moltiplicazione avviene sia per seme, usando un miscuglio di terra e sabbia umida, o più semplicemente staccando un articolo (cladodo) o tagliando la cima di una forma tubolare (cilindrica), da lasciar asciugare per almeno una settimana e da appoggiare su una base di sabbia.

In alcune zone del Meridione è diffusa la coltivazione dei “bastardoni”, frutti tardivi dell’Opuntia, ottenuti da fiori autunnali, tramite la tecnica della “scozzolatura”, che consiste nel far cadere dalla pianta i fiori primaverili. In questo modo si ottiene una seconda fioritura che darà frutti più grossi, di qualità migliore e più resistenti, che maturano solo nelle zone in cui il clima del tardo autunno è particolarmente mite e soleggiato. Il raccolto è scalare e si possono ottenere produzioni di 250-300 quintali a ettaro; un impianto specializzato ha una durata di circa 30-35 anni.

In Italia si sono affermate tre principali varietà: gialla, bianca e rossa (o sanguigna), mentre la varietà denominata “apirena”, caratterizzata da un maggior numero di semi abortiti (e quindi quasi priva di semi), è ancora poco diffusa.

PITAYA, UN FRUTTO SQUISITO DAL CRESCENTE SUCCESSO

Il cactus Hylocereus è un genere epifita che vive sulla chioma dei grandi alberi delle foreste tropicali o su rocce umide e calde. La pianta sviluppa dei fiori composti molto grandi, lunghi fino a 30 cm, con molti petali a colori vivaci. Gli Hylocereus sono coltivati sia per la forma molto bella e curiosa, con i fusti triangolari e piccoli mazzetti di spine disposti geometricamente lungo la costa del fusto, sia per la fioritura vistosa ed effimera che di norma avviene di notte (di giorno il fiore si chiude) o viceversa. La fioritura del singolo fiore raramente dura più di un giorno o due, la pianta però produce molte corolle.

Recentemente, una tipologia di questa pianta ha conosciuto un repentino successo: si tratta di Hylocereus undatus, i cui frutti sono noti come pitaya o dragon fruit, oggi facilmente reperibili nei supermercati soprattutto nel periodo natalizio. Oggi la pitaya viene coltivata anche in alcuni Paesi del Sud-Est asiatico, ed è proprio ai thailandesi che si deve la commercializzazione in Italia, prima per servire i ristoranti e ora anche nei supermercati e negozi di frutta che trattano frutti esotici e insoliti.

Anche questa specie di Hylocereus fiorisce di notte, regalando fiori bianchi chiamati moonflower o queen of the night: ancora oggi, nei villaggi messicani, è uso considerarli come messaggeri d’amore. Per ottenere i frutti, da sempre consumati nelle loro terre d’origine, Messico e Guatemala, il cactus Hylocereus undatus deve essere coltivato in zone soleggiate dell’Italia meridionale e costiera. Gli apporti di acqua devono essere regolari durante il periodo estivo per avere una produzione continua, anche se resiste bene all’aridità. Tollera anche temperature relativamente basse, ma il freddo prolungato può danneggiare seriamente la pianta. Esistono varietà a frutto rosso e polpa bianca e nera e altre con buccia e polpa gialla, se ne ottengono circa 4-6 kg su una pianta adulta.

Il frutto viene mangiato crudo o usato per dessert e frullati e per la produzione di bevande fresche dal forte potere reidratante; il suo sapore ricorda un po’ quello del kiwi, anche per la presenza di piccoli semi neri. Molto ricco di vitamine e con basso contenuto calorico, il bellissimo dragon fruit è divenuto oggi di gran moda, amato dalle star di Hollywood che lo mangiano come un gelato, raccogliendo la polpa con un cucchiaino dopo avere reciso a metà per il lungo il bel frutto dal sapore gustoso.

Il saguaro (Carnegiea gigantea), splendido cactus colonnare molto diffuso nelle zone subdesertiche dell’America centrale, è stato da sempre utilizzato anche a scopo alimentare dalle tribù locali; dai frutti si ricava anche una bevanda moderatamente alcolica, utilizzata nei riti indios per ottenere la preziosa e rarissima pioggia e ancora adesso commercializzata come vino da dessert. Ancora oggi i frutti del saguaro sono impiegati per ottenere uno sciroppo dolce, destinato ai bambini e a particolari dessert in occasioni di feste e raduni familiari. I frutti vengono anche semplicemente essiccati al sole per essere poi fatti rinvenire in acqua calda prima del consumo. Persino i semi hanno una destinazione come ingrediente nella preparazione di pane, torte e farine destinate sia all’alimentazione umana che a quella degli animali da cortile. 

CABUCHES, I FIORI DI CACTUS DA MANGIARE

Il cactus Ferocactus histrix e altre specie affini, noto come “biznaga” nel dialetto locale, è una pianta apprezzata per i suoi fiori commestibili, raccolti quando sono in boccio e chiamati cabuches.

I cabuches sono tipici delle zone semidesertiche negli Stati messicani di Zacatecas, Coahuila e San Luis Potosí; la raccolta coincide con il periodo di Pasqua, motivo per il quale i cabuches sono un piatto tipico di quel periodo dell’anno. Si utilizzano per preparare zuppe, insalate e sughi che si accompagnano ad altri alimenti tipici messicani, come le gustose quesadillas e gorditas, e sono commercializzati anche in lattina o in barattolo di vetro.

ALTRE CURIOSITÀ

Molte sono le tipologie di cactus che offrono frutti commestibili, poco o nulla commercializzati a causa del modesto quantitativo ottenibile da una produzione agricola intensiva.

Ai margini dei deserti del Mojave e di Sonora, che si estendono fra Stati Uniti e Messico interessando una zona che comprende gli Stati dell’Arizona, della California e della regione messicana del Sonora, ancora oggi si consuma il cardon, frutto del cactus Pachycereus pringlei. Nonostante la superficie sia coperta da tremende spine, il gusto delizioso lo rende un frutto molto ricercato.

Frutti gustosi sono presenti anche sui cactus fragola (Echinocereus fendleri, E. engelmannii) e sul Myrtillocactus geometrizans, il cui frutto di colore viola intenso viene mangiato fresco o secco, simile alla nostra uva passa, usati nella preparazione di dolci e bevande.

Del Ferocactus wislizenii non si usano i frutti bensì i fusti, tagliati a fette e bolliti per essere serviti con carne e fagioli. Molte altre erano le specie di cactus usate in cucina; oggi il ricordo di queste antiche tradizioni va lentamente perdendosi e sopravvive solo nelle famiglie più legate alle abitudini rurali.

L’impiego di Agave tequilana, una specie con foglie carnose, verdastre e acquose che una volta tagliate presentano una struttura gelatinosa, lo si comprende dal nome: costituisce un’importante risorsa economica della provincia messicana di Jalisco, essendo la base per la produzione della tequila.

 

(A cura di Lorena Lombroso - Pubblicato su Giardinaggio 6/2014)