Video in primo piano
PONI UNA DOMANDA
ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
curare il giardino
Gi
La bolla del pesco: come si cura
Inviato da Redazione GI il 02-09-2013 12:20
Bolla_pesco_240955d7

Bolla

Nome scientifico: Taphrina deformans

 

 

Che cos’è: malattia fungina che colpisce gli alberi da frutto, in particolare le Drupacee.

 

Quali piante attacca: il pesco è il bersaglio quasi esclusivo, ma molto sporadicamente possono venire colpiti anche albicocco, ciliegio e susino. Non attacca tutte le varietà di pesco, poiché alcune sono resistenti o tolleranti, per esempio Amsden, Buco Incavato, S. Anna Balducci ecc.

 

Dove si manifesta: principalmente sulle foglie e, se l’attacco non viene curato, poi anche sui frutti e infine, nei casi più gravi, sui germogli.

 

Come si manifesta e che danno provoca: le foglie vanno incontro a deformazioni che determinano il caratteristico aspetto bolloso (sembra quasi che siano deformate da galle) da cui il nome della malattia, con colorazioni insolite che vanno dal giallo all’arancio fino al rosso intenso. La pianta colpita perde molti fiori e quelli che allegano (dove cioè riesce a formarsi il frutticino) danno luogo a frutti stentati, piccoli e di cattivo sapore, perché poco alimentati dalle foglie anche se non colpiti; se vengono invece attaccati dal fungo presentano malformazioni che richiamano i sintomi fogliari. Nei casi più gravi l’attacco può interessare anche i germogli. Le foglie colpite perdono la capacità fotosintetica e sono destinate a cadere fino anche alla completa defogliazione; la pianta non è più in grado di alimentare la parte aerea, con gravi conseguenze per lo sviluppo dei germogli dei frutti e per la preparazione delle gemme dell’anno successivo: oltre a una perdita di produzione nell’anno si avranno ripercussioni anche negli anni a venire.

 

Quando colpisce: il fungo viene favorito da condizioni di elevata umidità, e temperature tra fine inverno-inizio primavera comprese tra 7 e 28 °C; ultimamente a fine gennaio-inizio febbraio, leggeri innalzamenti della temperatura possono risultare determinanti per la “ripartenza” del patogeno dormiente, perché 8 °C per qualche giorno sono già sufficienti. I primi sintomi si manifestano con lo sviluppo delle gemme e perdurano fino alla caduta delle foglie, che può anche essere anticipata nel cuore dell’estate. Con il procedere della stagione i tessuti vegetali sono sempre meno recettivi, e lo sviluppo della malattia risulta più contenuto.

 

Come si previene: è fondamentale prevenire la malattia, perché quando i sintomi si notano vistosamente è già tardi per intervenire, non essendo disponibili prodotti ad attività curativa. Per prevenirla o ridurne la virulenza, è bene raccogliere sempre ed eliminare il fogliame caduto in autunno, ed eventualmente passare la spazzola per tronchi raccogliendo con cura tutti i residui. Su piante non colpite è consigliabile eseguire due trattamenti preventivi, a base di sali di rame, uno alla caduta delle foglie in autunno e l’altro appena prima della schiusura delle gemme. Su alberi colpiti la primavera precedente seguite quanto indicato alla voce Cura.

 

Come si cura: in caso di alberi già colpiti l’anno precedente, è bene sapere che le spore (“semi”) del parassita svernano sul fogliame colpito e caduto a terra, ma anche nelle microfessure della corteccia dell’albero e fra le squame che proteggono le gemme durante l’inverno; così, alla ripresa primaverile, sono pronte a ripetere l’infezione. La loro penetrazione può già avvenire appena le gemme cominciano a ingrossarsi, durante una pioggia. Quindi è fondamentale trattare con anticrittogamici in questa fase, quando le gemme sono ingrossate ma non ancora aperte, tra l’inizio di febbraio e l’inizio di marzo, secondo la temperatura e la piovosità, per proteggerle dall’infezione. Nei casi gravi o con piogge continue si può ripetere il trattamento nella fase di “bottone rosa”, cioè quando le gemme si stanno aprendo e s’intravvedono i petali rosati, non ancora aperti. Non si effettuano mai trattamenti in fioritura per non danneggiare gli insetti impollinatori come le api, ma appena i petali sono caduti si ripete il trattamento. Eventualmente, si può svolgere un ultimo intervento alla formazione dei frutticini (1 cm di diametro). Quindi si sospende ogni iniziativa, che non avrebbe più alcuna efficacia (il parassita ha già provocato danni in profondità alla pianta), e si riprende a trattare subito dopo la caduta delle foglie ed eventualmente un’altra volta nel cuore dell’inverno.

I principi attivi consigliati sono: lo ziram se la precedente primavera l’infezione era contenuta, la dodina se l’attacco era conclamato ed evidente, i sali di rame (ossicloruro, solfato, poltiglia bordolese ecc.) ammessi in agricoltura biologica. Per la terapia “curativa” è preferibile utilizzare il rame per gli interventi “sul bruno” (cioè sull’albero privo di foglie in autunno-inverno) e le sostanze di sintesi per i trattamenti primaverili. Non mescolate mai fra loro i principi attivi.

Si ribadisce che sono inutili i trattamenti quando la malattia è già comparsa, poiché non ci sono prodotti curativi, in grado di arrestare la malattia.

 

Articolo di Elena Tibiletti

CRESCIAMO INSIEME
CERCA NEL PORTALE
LA RIVISTA