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Oleandro: storia e coltivazione
Inviato da Redazione GI il 15-05-2012 15:18
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Se Teofrasto credeva che la sua radice macerata nel vino rendesse l’animo più gaio e Turner lo associava, con immagine forte, a quel “fariseo, bello di fuori ma dentro un lupo rapace e un assassino”, di fronte all’oleandro, pianta che ormai ha invaso anche gli angoli più kitsch dell’Italia, occorre interrogarsi e indagare prima di emettere una sentenza ufficiale e scegliere se coltivarlo o meno.

 

 

 

Si tratta di una pianta bellissima se vista nascere e germogliare allo stato spontaneo, lungo le rive di piccoli corsi d’acqua, o immersi in uliveti, oppure alla foce dei fiumi. Dove la conoscevano anche gli antichi se è vero, come alcuni sostengono, che “la rosa che cresce presso la fonte” dell’Ecclesiaste è proprio l’oleandro, che all’epoca doveva essere molto frequente in Palestina, sulle sponde del Giordano. E sempre al suo habitat naturale si deve il suo nome botanico, stabilito da Linneo nel 1735: Nerium deriva infatti dal greco “Neros”, che significa, per l’appunto, “acqua”.

Buon amico delle Tamerici, lungo i corsi d’acqua, o delle Ginestre, sui terreni asciutti, l’Oleandro cresce praticamente ovunque nel Sud Italia, soprattutto in Calabria, Sicilia e Sardegna, ma anche in Liguria non è difficile incontrarlo. Cresce inoltre in India, Giappone e in Africa, dove raggiunge eccezionalmente i 2000 m di altitudine, sul monte Atlante.

 

 

Come coltivarlo
L’oleandro non teme il freddo e può raggiungere tranquillamente anche i 5-6 gradi sotto lo zero. Questo però a condizione che non sia coltivato in vasi troppo piccoli. In tal caso, o a temperature più basse, occorrerà invece ritirarlo in luoghi chiusi e luminosi o proteggerlo.

La coltivazione dell’oleandro non è affatto difficile. Richiede terreno fertile e ben lavorato (anche se cresce in qualsiasi terreno) e, se coltivato in vaso, un vaso più profondo che largo, in modo da permettere alle radici, che sono lunghe più o meno quanto la parte aerea, di svilupparsi.

Tranne che in inverno, in tutte le altre stagioni l’oleandro richiede molto sole e molta umidità. Perciò una buona prassi, in caso di coltivazione in vaso, è tenere il vaso costantemente in ammollo in un recipiente pieno d’acqua.

Quando la pianta invecchia si renderanno necessarie delle potature energiche, in modo che possa rigettare alla base.

Per la moltiplicazione è sconsigliato ricorrere al seme, a patto che non si voglia ottenere nuove varieà. I metodi più semplici sono la talea (meglio se d’estate, piantandola nella sabbia) oppure la comune tecnica che consiste nel mettere un ramoscello in una bottiglia d’acqua al sole e trapiantarlo quando avrà emesso radici.

L’innesto si fa a spacco o per occhio, in primavera.

 

Di Sebastian Matta

 

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