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Quercia da sughero: in pericolo
Inviato da Redazione GI il 12-01-2012 19:38
Quercus_suber_corteccia

La quercia da sughero è il prezioso albero da cui si ricava il materiale principe per i tappi di vini e spumanti nobili. Un simbolo antico, oggi in pericolo, da continuare a coltivare nelle zone mediterranee.

 

Se nel bacino del Mediterraneo furono i Fenici a scoprire la versatilità del sughero, in Sardegna il suo impiego risale a più di 3.000 anni fa, visto che nei nuraghi sono state rinvenute urne con coperchio in sughero. Quando i Romani sbarcarono sull'isola, che consideravano alla stregua di un grande supermercato ove rifornirsi, approfittarono del sughero per farne sandali e galleggianti per le reti da pesca, ma anche per sigillare le anfore che trasportavano vino e olio sardi a Roma. Da allora, attraverso il Medioevo fino allo sfruttamento industriale, col sughero sono stati prodotti i componenti e gli oggetti più svariati, destinati all'uso quotidiano.

Oggi vengono prodotte ogni anno 300mila tonnellate di sughero, provenienti da Portogallo (51%), Spagna (32%), Italia (6%), seguiti da Marocco, Tunisia e Algeria (9%) e Francia (Corsica, 1%). Da noi il primato va alla Sardegna, con 120mila quintali (85% del totale nazionale) prodotti ogni anno, a dispetto degli “incidenti di percorso”, come il devastante incendio nel 1993 delle maestose sugherete galluresi (il 95% dei boschi sardi). Seguono poi Sicilia, Lazio e bassa Toscana (Maremma), che portano nel complesso la produzione nazionale a 150mila quintali, il 70% dei quali utilizzati nell’industria enologica per realizzare 1,5 miliardi di tappi (www.sugheronaturale.it).

 

Demaschiatura, processo delicato

L’“oro morbido”, come lo chiamano sull'isola, si ricava da piante che abbiano almeno 20-30 anni d'età attraverso la demaschiatura, ovvero la spoliazione della quercia da sughero per ricavarne la preziosa scorza, operazione che viene praticata da personale esperto che, con una speciale accetta, incide la scorza superficiale senza danneggiare i delicati tessuti sottostanti. Il procedimento si attua sulla stessa pianta – per legge – ogni 10 anni: di conseguenza, poiché la sughera è molto longeva, non è raro incontrare alberi di 500 anni che sono stati decorticati una cinquantina di volte. Se non intervenisse la mano umana a liberarlo, l’albero comunque lascerebbe cadere il proprio “cappotto” per poter crescere ancora più rigoglioso, produrre più ossigeno e assorbire più anidride carbonica.

La scorza, dello spessore di circa 7,5 cm, viene incisa in corrispondenza della prima biforcazione dei rami, aprendola fino al piede con un taglio longitudinale. Le piante “denudate” appaiono così di un impudico colore rosso sangue che contrasta con il grigio della scorza residua e il verde scuro del fogliame ma, se la mano è stata abile, non soffrono e anzi, nel giro di pochi mesi, avranno rigenerato lo strato di corteccia mancante.

La prima scorza che si rimuove nella vita dell’albero è irregolare e spugnosa, di colore grigio: viene detta comunemente sugherone o sughero maschio (donde il nome demaschiatura). Dopo la rimozione del sughero maschio, il tessuto sottostante produce ogni anno nuovi strati di tessuto suberoso più compatto e più regolare, detto sughero femmina o gentile, con una fitta screpolatura prevalentemente longitudinale e meno profonda.

Dal “letto di caduta” nel bosco, le scorze (che in questa fase si chiamano “plance”) subito dopo l'estrazione vengono trasferite nei cortili delle fabbriche dove resteranno per circa 6 mesi a stagionare. Infine, bollite e pressate (due procedimenti a basso dispendio energetico), perderanno la loro curvatura naturale e saranno pronte per venire lavorate secondo le diverse destinazioni d’utilizzo.

 

Sugherete a rischio estinzione

È un’arte antica, oggi a rischio: lo scorso anno Wwf, Assoimballaggi e Federlegno hanno lanciato una campagna di salvataggio dei 2,2 milioni di ettari (225mila in Italia) di foreste da sughero che sono in pericolo nel Mediterraneo. Queste sugherete assorbono ogni anno 14 milioni di tonnellate di anidride carbonica, il gas responsabile dell’effetto serra: l’assorbimento è maggiore proprio negli esemplari decorticati; inoltre rappresentano un tratto caratteristico del paesaggio mediterraneo. Le foreste si sono conservate nei secoli proprio perché erano funzionali all’industria del vino, fornendo l’elemento considerato per secoli essenziale: il tappo di sughero, un materiale leggero ed elastico che garantisce la perfetta chiusura della bottiglia.

Negli ultimi anni però, dopo la concorrenza dei tappi a corona, sono arrivati anche quelli di silicone e di vetro a minacciare la sopravvivenza delle sughere: soluzioni più economiche e garanzia di una maggiore conservabilità del vino. Eppure, dati i prezzi di vendita dei vini di qualità, non sarebbe difficile ammortizzare il maggior costo del tappo di sughero; quanto alla conservazione, la ricerca ha già messo a punto una tecnologia che offre garanzie contro al contaminazione da parte di microrganismi fungini all’origine del cosiddetto “sapore di tappo”. Tanto che proprio la Francia, lo scorso anno, ha avviato una campagna di sensibilizzazione (www.jaimeleliege.com) a favore dei tappi in sughero naturale. Buoni motivi per riprendere ad adottare il vecchio, rassicurante tappo di sughero.

E se non bastasse, si può leggere quanto riporta il Programma Cork Oak Landscapes(www.panda.org): secondo questo rapporto del Wwf, nel 2015 l’utilizzo dei tappi di sughero potrebbe scendere fino al 5% del totale, il che porterebbe a non più di 19mila tonnellate di sughero estratto: il fenomeno comporterebbe già nel 2020 la perdita del 75% delle sugherete del Mediterraneo occidentale, per una superficie pari ai 2/3 della Svizzera; ne conseguirebbe la perdita di oltre 60mila posti di lavoro (oggi sono 100mila gli addetti) e la scomparsa di numerose specie già a rischio di estinzione, tipiche della sughereta. Per citarne solo alcune, la lince e l’aquila imperiale iberiche, il cervo berbero e quello sardo, il gatto selvatico in Spagna e in Italia ecc.

Le sugherete abbandonate, infatti, diverrebbero facile preda di speculazioni edilizie, che aprirebbero le porte alla distruzione di delicati ecosistemi, oggi mantenuti dall’industria del sughero secondo i dettami Fsc, in genere situati nelle zone più panoramiche e dolci delle coste mediterranee: un’eventualità imperdibile per chi desidera arricchirsi senza tanti scrupoli.

 

(tratto da "Il brindisi felice parte dal tappo", di E.Tibiletti, n.12, 2011)

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